donna in bianco sulla spiaggia

Quando capire non basta: lavorare dal corpo

July 23, 20266 min read

Hai fatto terapia. Hai letto. Hai capito. Eppure in certi momenti il corpo reagisce ancora come prima. Non è un fallimento: è un'informazione su come siamo fatti.

Dott.ssa Francesca Giordana · Psicologa, Counselor, Mindfulness psicosomatica

C'è un momento che nel mio studio si ripete spesso. Una persona mi racconta con lucidità straordinaria la propria storia: sa da dove viene quella paura, riconosce il meccanismo, ha perfino il nome tecnico per definirlo. Poi, mentre lo dice, la voce si assottiglia, le spalle salgono di due centimetri, il respiro si ferma sopra il diaframma.

La mente ha capito tutto. Il corpo, evidentemente, no.

Quando succede, la reazione più comune è la frustrazione: se ho capito, perché non cambia? A volte diventa persino autoaccusa — non mi impegno abbastanza, non ho abbastanza volontà. Ma la risposta non ha nulla a che vedere con l'impegno. Ha a che vedere con l'architettura del sistema nervoso.

Non due mondi, ma un unico network

Per secoli la cultura occidentale ha lavorato su una dicotomia: da una parte il corpo, materia da riparare; dall'altra la mente, sede dei pensieri e delle emozioni. Due territori, due specialisti, due linguaggi.

Le neuroscienze e la PNEI — Psiconeuroendocrinoimmunologia — hanno smontato questa separazione. Mente, emozioni, sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario non sono strutture distinte che ogni tanto si influenzano: formano un unico network integrato, che funziona in modo simultaneo e interconnesso.

Candace Pert, ricercatrice del National Institute of Mental Health e scopritrice dei neuropeptidi insieme a Michael Ruff, lo ha detto senza giri di parole: non è più possibile separare l'aspetto fisico da quello emotivo e mentale. Bisogna parlare di mente-corpo come di un'unica entità.

Non è una metafora poetica. È una descrizione anatomica e biochimica di come siamo costruiti.

Le due direzioni del cambiamento

Il cervello lavora per gerarchie annidate, una dentro l'altra. Jaak Panksepp, che ha mappato i circuiti neurali delle emozioni di base, le descrive su tre livelli:

I processi primari regolano istinti, emozioni di base e omeostasi corporea: sono ciò che ci tiene in vita.
I processi secondari presiedono ad apprendimento e memoria: sono ciò che ci permette di stare in relazione.
I processi terziari governano il pensiero riflessivo e la vita sociale: sono ciò con cui ragioniamo su noi stessi.

Fra questi livelli la comunicazione scorre in due direzioni. Top-down, dall'alto verso il basso: dalla mente al corpo. Ebottom-up, dal basso verso l'alto: dal corpo alla mente. In un sistema in salute il traffico è fluido in entrambi i sensi.

Il punto è che gran parte della psicologia tradizionale ha lavorato quasi esclusivamente dall'alto: modificare i pensieri, ristrutturare le credenze, comprendere i pattern. È un lavoro prezioso e non va buttato via. Ma i processi emotivi e corporei primari operano sotto il livello del pensiero cosciente. Sono più veloci. Più antichi. E non rispondono agli argomenti.

Il corpo non discute. Reagisce.

La coscienza di sé è basata sul corpo: il sé corporeo.

Quando la mente prende il sopravvento

Nel modello neuro-psico-somatico esiste un nome preciso per lo squilibrio più diffuso del nostro tempo: dominanza neurocognitiva. Succede quando il livello mentale prende il comando su tutto il resto e le informazioni che salgono dal corpo smettono di essere ascoltate.

Si riconosce da alcuni segni familiari a molti: si spiega benissimo la propria vita, si prende ogni decisione per ragionamento, si vive con la sensazione di essere "un po' sopra" a se stessi. Si capisce moltissimo. Si sente pochissimo.

È una strategia intelligente, spesso costruita per necessità: pensare è stato ciò che ci ha protetti quando sentire era troppo. Il costo è che il canale bottom-up si assottiglia, e il sistema perde la sua bidirezionalità.

La rimozione non è solo mentale

C'è un dato clinico che mi colpisce ogni volta: moltissime persone non percepiscono più i propri dolori corporei. Non perché non ci siano. Perché non arrivano più alla coscienza.

Siamo abituati a pensare alla rimozione come a un meccanismo psichico — qualcosa che allontana dalla consapevolezza pensieri o desideri diventati insostenibili. Ma nella pratica clinica si osserva che è un processo psicosomatico a tutti gli effetti: insieme alle memorie e alle emozioni vissute come inaccettabili viene inibita anche la sensazione fisica che le accompagnava. Il corpo si organizza intorno a quella zona spenta e va avanti.

È quella che Wilhelm Reich, quasi un secolo fa, chiamava corazza caratteriale: una struttura di tensioni croniche che protegge e nel frattempo ci rende insensibili a noi stessi. Efficiente, silenziosa, invisibile — finché qualcuno non ci invita ad ascoltare.

Ed è per questo che il ragionamento, da solo, spesso non arriva: si rivolge a una parte del sistema che non ha mai smesso di funzionare, mentre la parte che si è chiusa non parla quella lingua.

Cosa succede quando si lavora dal corpo

Quando si porta attenzione consapevole al corpo — con il body scan psicosomatico, il respiro, il radicamento, il contatto, il movimento — accade una sequenza abbastanza riconoscibile.

Prima tornala tensione: ci si accorge che una spalla era contratta da anni. Poi affiora il dolore di fondo, quello che c'era sotto e che avevamo smesso di registrare. Infine arriva l'emozione che li teneva insieme — a volte con una nitidezza che sorprende, perché non è passata da nessun ragionamento.

Da lì comincia il lavoro vero: non più solo raccontare la propria storia, ma sentirla mentre la si racconta.

Voglio essere chiara su una cosa, perché è il fraintendimento più frequente: l'approccio somatico non sostituisce la comprensione con la sensazione. Non serve smettere di pensare, né buttare via anni di terapia. Serve restituire al sistema la sua bidirezionalità: capire e sentire, pensare e abitare. Un sistema che comunica in entrambe le direzioni è un sistema che può cambiare davvero — e mantenere il cambiamento nel tempo.

Una pratica di tre minuti

Se vuoi provare concretamente cosa significa aprire il canale bottom-up, ecco un esercizio semplice. Non richiede esperienza, né una posizione particolare. Puoi farlo seduta alla scrivania.

1. Trova il peso. Seduta, piedi appoggiati a terra. Porta l'attenzione al punto in cui il corpo tocca la sedia e il pavimento. Non cambiare nulla: nota solo dove senti il peso. Dieci respiri.

2. Cerca una zona che chiede. Percorri lentamente il corpo con l'attenzione — mandibola, gola, spalle, petto, pancia. Fermati dove qualcosa si fa notare: una tensione, un vuoto, un calore. Non serve capire perché.

3. Resta, non risolvere. Appoggia lì l'attenzione, come faresti con una mano tiepida. Non cercare di sciogliere né di interpretare. Osserva solo se la sensazione cambia forma, intensità o confine mentre respiri.

4. Chiudi ampliando. Torna a sentire tutto il corpo insieme, poi i suoni della stanza. Apri gli occhi.

Se non senti quasi nulla, non è un errore né un segno che "non fa per te": è esattamente l'informazione di cui parlavamo. La percezione si riapre con la frequenza, non con lo sforzo. Tre minuti al giorno per una settimana dicono molto di più di mezz'ora una volta sola.

E se invece emerge qualcosa di troppo intenso, fermati e torna al peso dei piedi a terra. Il lavoro sul corpo si faa piccole dosi, rispettando i tempi del sistema nervoso — mai forzando.

Un'ultima cosa

Se ti è capitato di capire una cosa con chiarezza assoluta, e di sentire che il corpo continuava a fare esattamente la stessa cosa, non sei bloccata e non hai sbagliato percorso. Hai solo incontrato il punto in cui una direzione sola non basta più.

È un punto di partenza, non di arrivo.

Questo articolo ha finalità informative e divulgative: non sostituisce una valutazione o un percorso personalizzato. Se stai attraversando un periodo difficile, o se il lavoro sul corpo tocca vissuti traumatici, è importante essere accompagnata da un professionista formato. Se vuoi capire se un percorso somatico può essere utile nella tua situazione, puoi scrivermi.

Dott.ssa Francesca Giordana

Dott.ssa Francesca Giordana

Dott.ssa Francesca Giordana Psicologa a orientamento psico-corporeo | Counselor | Istruttrice di Mindfulness psicosomatica Aiuto chi ha imparato a 'performare molto bene', ma ha dimenticato come SI STA bene. Per chi continua a reggere tutto mentre dentro oscilla tra l'allerta costante e il desiderio di staccare la spina: ritroviamo insieme la tua vitalità naturale, partendo dal corpo

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