
Per anni ho lavorato in azienda.
Multinazionali, società di consulenza, obiettivi da raggiungere, riunioni infinite. Ho fatto carriera, ho guadagnato bene, ho lavorato per una società americana completamente in smart working. Viaggiavo per il mondo con il computer nello zaino.
Da fuori sembrava tutto perfetto.
E in effetti, secondo molti parametri, lo era. Eppure dentro sentivo che qualcosa non tornava. Non ero infelice, ma non ero neanche felice.
Era come se avessi spuntato tutte le caselle della “vita giusta” e, nonostante questo, mi mancasse qualcosa che non sapevo nemmeno nominare.
È una storia comune, oggi: avere successo e non sentirsi vivi.
A un certo punto ho iniziato a farmi una domanda semplice e spiazzante: che cos’è davvero il successo, per me?
Era una definizione assorbita: dai modelli intorno a me, dall’ambiente, dalle aspettative. E quando perdi la tua definizione di successo, perdi anche un pezzo di te.
Rispondere non è stato facile.
Ho dovuto iniziare dalle basi, da domande quasi banali ma potentissime:
Cosa mi piace davvero?
Cosa mi fa stare bene?
Con chi mi sento me stessa?
Chi non voglio più nella mia vita?
Ho iniziato a togliermi di dosso modelli, ruoli, “dovresti”. E, passo dopo passo, ho cominciato a risalire verso di me.
Poi è arrivata la botta. Quella che cambia tutto.
Un fallimento personale, una strada che si chiude, e con lei la fiducia nella vita. Mi sono ritrovata svuotata, senza entusiasmo, senza direzione. Io, che ero sempre stata quella piena di energia.
È stato lì che ho capito qualcosa di fondamentale: non basta metterci impegno per far funzionare le cose.
A volte lo sforzo non è una virtù. È una forma di resistenza.
Ho scoperto che la vita scorre meglio quando smetti di spingerla e impari, lentamente, a lasciarti portare.
Da lì è cominciato il mio vero cambiamento. Ho iniziato a liberarmi di tutto ciò che “sapeva meglio di me” chi dovevo essere, cosa dovevo provare, come dovevo reagire. Ho smesso di cercare risposte pronte e ho iniziato ad ascoltarmi davvero.
Ed è così che ho scoperto, sulla mia pelle, qualcosa che oggi è al centro del mio lavoro: quando viviamo sotto pressione non è “la testa” ad andare in tilt.
È il sistema nervoso che resta bloccato in modalità sopravvivenza. È lì che iniziamo a sentirci stanchi, distanti, confusi, svuotati.
Non è debolezza. È fisiologia.
Piano piano ho imparato a legittimarmi:
a sentire ciò che sento,
a esprimerlo,
a non vergognarmene,
anche quando non vengo capita.
All’inizio avevo paura che questo mi allontanasse dagli altri. Poi ho capito che ciò che mi teneva lontana non era la mia autenticità, ma il continuo nascondermi.
Quando trattieni troppo, prima o poi esplodi. Quando invece permetti alle emozioni di fluire, torni a respirare.
Diventi di nuovo raggiungibile, vivo, presente.
E ho scoperto una cosa semplice e radicale: quando il corpo è in allerta, nessuna mente può essere lucida.
Da lì è nata la mia direzione.
L’obiettivo del mio lavoro non è pensare positivo o rilassarsi. È tornare a sentire.
Prima ancora di ridurre l’arousal, serve ristabilire il contatto con il corpo: com’è il mio sistema nervoso in questo momento?
È in allerta, spento, contratto, frammentato?
Dove il corpo trattiene?
Dove l’energia è bloccata nei muscoli, nel respiro, nella postura?
Senza questa lettura, qualunque tecnica rischia di diventare un’altra forma di forzatura.
Per questo il lavoro che faccio è prima di tutto un lavoro di ascolto somatico.
Accompagno le persone a riconoscere i segnali del proprio sistema nervoso e del sistema muscolare, a distinguere tra tensione, collasso, iperattivazione, anestesia.
Solo dopo arriva la regolazione.
A volte serve sciogliere: scaricare l’energia in eccesso, abbassare l’arousal, calmare l’amigdala, permettere al respiro di allungarsi e al corpo di uscire dall’allerta.
Altre volte il problema è l’opposto: l’energia è bassa, trattenuta, congelata. In questi casi non si calma nulla: si riattiva. Si fa crescere energia, presenza, tono vitale.
Movimenti lenti quando serve sicurezza. Attivazioni mirate quando serve vitalità.
L’obiettivo non è sopportare di più. È ristabilire una relazione viva con il corpo e insegnare al sistema nervoso a modulare, non a resistere.
Quando il corpo torna percepibile, il sistema nervoso smette di combattere. E solo allora diventano possibili chiarezza, scelta, direzione.
Accompagno soprattutto persone che hanno imparato a funzionare benissimo, ma hanno perso il contatto con come stanno davvero.
Il lavoro che faccio non aggiunge performance. Restituisce presenza.
Da lì, tutto il resto ricomincia a scorrere.
Il mio lavoro nasce da un dato molto concreto:
molte persone funzionano bene all’esterno, ma dentro sono tese, scollegate e in costante allerta.
Anche quando praticano mindfulness o fanno percorsi di crescita personale, restano bloccate nella testa. Capiscono molto, ma il corpo continua a non mollare.
Il respiro è corto.
Le spalle sono sempre su.
La mente non si spegne mai davvero.
In queste condizioni la consapevolezza non basta. Serve regolare il sistema nervoso, non solo osservare ciò che accade.
Per questo il cuore del mio approccio è psicosomatico e neurofisiologico:
lavoriamo sul corpo perché, se il corpo non si sente al sicuro, la mente non può calmarsi sul serio.
Le tecniche che utilizzo
Utilizzo tecniche basate sulle neuroscienze della regolazione emotiva e somatica, con un obiettivo chiaro:
creare prima le condizioni fisiologiche per il benessere, così che il cambiamento diventi stabile.
Nel percorso potrai incontrare
Body scan psicosomatico
per imparare ad ascoltare il corpo, riconoscere le zone di tensione e leggere i segnali prima che diventino sintomi o crolli.
Grounding e radicamento
per uscire dalla sensazione di essere sempre “in alto”, agitati o scollegati, e tornare presenti, stabili, centrati.
Lavoro sul respiro e breathwork
per modulare l’attivazione del sistema nervoso, sciogliere emozioni trattenute e ridurre l’ansia di fondo.
Movimento consapevole e lavoro corporeo dolce
per scaricare stress accumulato, liberare energia bloccata e ridare vitalità al corpo.
Tecniche espressive (come il disegno psicosomatico)
per integrare corpo, emozioni e pensiero, soprattutto quando le parole non bastano.
Pratiche di auto-contatto e auto-soothing
per sviluppare sicurezza interna e capacità di autoregolazione anche fuori dal setting terapeutico.
Il focus non è “capire di più”, ma ridurre l’allarme interno.
Attraverso il lavoro sulle sensazioni, sul respiro, sul movimento e sull’alternanza tra attivazione e rilascio, il corpo inizia gradualmente a uscire dalla modalità di emergenza tipica dello stress cronico.
Quando il sistema nervoso si regola:
la mente rallenta senza sforzo
le emozioni diventano gestibili
il bisogno di controllo diminuisce
torna la sensazione di esserci davvero
Questo metodo aiuta a sciogliere blocchi psicosomatici legati a tensioni croniche, iper-responsabilità ed emozioni trattenute.
Riduce gli automatismi reattivi — irrigidirsi, trattenere il respiro, andare avanti nonostante tutto — e restituisce libertà di scelta, soprattutto nelle situazioni di stress lavorativo.
In sintesi, è un lavoro integrato su corpo, sistema nervoso e consapevolezza.
Non insegna a rilassarsi meglio, ma a tornare a sentire, abitare il corpo e costruire una presenza profonda e stabile che si riflette nella vita quotidiana, nel lavoro e nelle relazioni.
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Generale
March 16, 2026•1 min read

Francesca Giordana – Psicologa
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